FABIO PICCIONI
PHOTOGRAPHER
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San Giovanni

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La miniera di San Giovanni, nata nel 1867 per mezzo della concessione mineraria alla compagnia inglese Gonnesa Mining Company Limited, si trova di fronte alla piccola frazione di Bindua, a pochi chilometri a sud di Iglesias. Come molte altre miniere sarde le sue origini sono molto più antiche. Esistono infatti ampie evidenze delle attività estrattive dei romani e dei pisani ma è solo a partire dalla seconda metà del 1800 che la miniera assumerà gli aspetti ed i numeri di una produzione ed uno sfruttamento a livello industriale. Questo affascinante territorio ricco di galena argentifera è stato completamente trasformato in poco meno di 150 anni. Se oggi all'esterno enormi edifici ed impianti produttivi convivono con alberi e piante, se sulla montagna enormi crateri e discariche di sterili hanno ampiamente sostituito la vegetazione primordiale, nel sottosuolo il silenzio di centinaia di chilometri di gallerie conserva le tracce più antiche del lavoro dell'uomo. Il villaggio minerario, oggi ancora parzialmente abitato, racconta il susseguirsi di generazioni di uomini e donne che per oltre un secolo hanno ruotato attorno agli stessi fulcri produttivi. Un crescendo di strutture ed edifici che, a partire dalle abitazioni delle maestranze attorno a piazzale Taylor passano per gli impianti di lavorazione fino a raggiungere la base della montagna dove a Villaggio Normann regna Villa Stefani con tutti i suoi comignoli, ex dimora della Direzione.

Dal 1985 qui è tutto fermo anche se in realtà gran parte dei cantieri erano già stati abbandonati parecchi anni prima. Oggi solo una piccola parte della miniera continua a vivere per opera di un percorso attrezzato per visitatori. Il resto è terra di nessuno. I forni, i grandi stabili e la magnifica laveria Idina sono solo la punta di un iceberg: il cuore della miniera è la sotto. Superato il villaggio si continua a salire fino a dove una selva di vegetazione protegge e nasconde vecchie gallerie che si affacciano sui vuoti di profondi crateri. Lo sguardo continua a salire verticale sul monte incontrando grosse discariche di sterili ed enormi vuoti per poi perdersi sull'altopiano. Gli accessi al sottosuolo ti proiettano in un ambiente buio e talmente esteso che la sotto potresti perderti. Un reticolo di gallerie dalle infinite svolte, pozzi, scale, vuoti, grotte e frane ti accompagnano in un viaggio che non è mai lo stesso. E anche se non stai esplorando un settore nuovo, ogni volta noti una parte che non avevi visto prima, o che forse non ricordi. È proprio a causa di queste enormi dimensioni che spesso rimani la sotto per parecchie ore, entrando al mattino presto e uscendo al tramonto o al buio. A camminare li dentro ti senti proprio come un puntino in un universo sconosciuto. Questa montagna mi ossessiona ormai da diversi anni e ancora oggi sono molte le zone che mi restano da vedere e molte quelle che non vedrò mai perché ormai completamente franate, seppellite per sempre con la loro storia. Ed è proprio questo il fascino di questo luogo in continuo mutamento che oggi è così e domani non si sa.
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